Firmare,e alla svelta, perché così facendo dal 1° Gennaio i dipendenti potrebbero accedere alla Cassa Integrazione per Riconversione, avendo davanti quello che proprio in questi giorni è stato definito da alcuni rappresentanti sindacali “un futuro più sereno”….
Firmare, e alla svelta….Sono in molti nelle ultime settimane a ripetere questo aut-aut. Ma le cose stanno davvero così? E’ proprio vero che, se il nostro Sindaco non firma al più presto l’accordo di riconversione produttiva, i dipendenti Sadam non avranno diritto ad alcun provvedimento di sostentamento al reddito?
La risposta a questa domanda può venire osservando le altre città in cui si sono presentate tipologie di problemi simili, legati alla chiusura degli stabilimenti Sadam. Come tutti ormai sanno, infatti, a Jesi abbiamo la fortuna di avere “in onda” lo stesso film già proiettato nelle altre 4 città “da riconvertire”, solo con qualche mese o anno in ritardo. Poiché la saggezza ed il buon senso continuano ad affermare che “l’esperienza insegna” e né Eridania-Sadam, né la PowerCrop, né l’Api, ovvero nessuno dei grandi colossi industriali e finanziari che più o meno direttamente percepiranno profitti da questa operazione avranno mai la forza di ribaltare i principi fondamentali del buon senso, armiamoci di sana caparbietà ed andiamo a vedere cosa è successo a 90 Km da qui, ai dipendenti Sadam dello stabilimento di Fermo.
Dunque, a Fermo lo zuccherificio ha chiuso i battenti sin dalla campagna saccarifera 2006. I suoi dipendenti hanno avuto l’apertura della Cassa Integrazione Guadagni Speciale (CIGS) il 13 Marzo 2006 fino al 12 Marzo 2007 proprio a seguito dell‘avvio di un processo di riconversione.
Dal 13 Marzo 2007 è stata rinnovata la CIGS fino al 31 dicembre 2007. Nel frattempo,cioè il 27 Luglio 2007, è stato firmato l’accordo di riconversione produttiva per lo zuccherificio di Fermo (per intenderci, quello che si vorrebbe venga firmato in questi giorni a Jesi).
Dal 1 gennaio 2008 la CIGS è stata nuovamente rinnovata fino al 31 Dicembre 2008.
Quindi la CIGS può essere rinnovata indipendentemente dalla firma dell‘accordo di riconversione, ed indipendentemente dalla continuazione delle attività produttive (ripeto, lo zuccherificio di Fermo è chiuso dalla campagna 2006). La sua durata potrebbe essere addirittura di due anni prorogabili per altri due (fonti INPS).
A questo punto sorge spontanea una domanda: perché i dipendenti di Jesi dovrebbero essere considerati di serie B rispetto ai loro colleghi fermani? Perché non hanno diritto neanche ad una deroga a quella Cassa Integrazione aperta a Jesi il 14 Febbraio 2008 quando invece a Fermo le deroghe sono state ben due, di cui almeno una precedente la firma dell‘accordo di riconversione produttiva?
Sarebbe davvero una ingiustizia inspiegabile, e forse proprio per evitare di entrare in situazioni difficilmente presentabili all’opinione pubblica, l’azienda da una parte ed i sindacati dall’altra si sono trovati in una inusuale convergenza di vedute.La prima ovviamente,vuol stringere i tempi per la riconversione, i secondi vorrebbero evitare trafile ministeriali per l’ottenimento delle deroghe. Incontri estenuanti, non sempre efficaci e quindi potenzialmente, in grado di evidenziare eventuali debolezze e incapacità di trattativa.
La cosa suona ancor più strana nel momento in cui, a differenza dello stabilimento di Fermo, a Jesi si verificano due condizioni davvero “virtuose” al fine dell’ottenimento della proroga della CIGS:
1) L’azienda non chiuderà il confezionamento dello zuccherificio. Sarebbe ciò in netto contrasto con quello che Sadam stessa propone nel piano di riconversione, e cioè di mantenere il confezionamento e con esso 60 posti di lavoro. A meno che….tale promessa sia senza un reale solido fondamento ed il confezionamento a Jesi non sia affatto sostenibile, alla pari di quello promesso fino a pochi mesi fa a Fermo. Nelle ultime settimane, infatti, l’azienda ha più volte ribadito che a Fermo il confezionamento non potrà essere realizzato proprio perchè NON E’ INDUSTRIALMENTE ED ECONOMICAMENTE SOSTENIBILE e che quindi verrà spostato a Jesi. A chi chiedeva come sia possibile che una cosa non sostenibile industrialmente in un posto diventi improvvisamente sostenibile a meno di 90 KM di distanza, quando la materia prima, cioè lo zucchero, arriva principalmente da oltre 2 mila Km di distanza, ovvero dall’Inghilterra, nessuno, allo stato attuale, è riuscito a fornire una risposta esauriente. Rimane quindi il dubbio amletico: il confezionamento a Jesi è sostenibile, e quindi le organizzazioni dei lavoratori avrebbero una ulteriore “arma” in più per chiedere ed ottenere la deroga della CIGS concedendo più tempo prima della eventuale firma dell‘accordo di riconversione, oppure no, e quindi come si può firmare il suddetto accordo di riconversione che promette proprio nel confezionamento il nucleo maggiore dei re-impiegati? Senza considerare che questa condizione ridurrebbe, come già spiegato, di almeno 60 dipendenti il numero dei fruitori di Cassa Integrazione;
2) Paradosso per paradosso, nonostante come già indicato, sia aperta dal Febbraio 2008 la possibilità per i lavoratori di usufruire dell’ammortizzatore sociale per il sostegno al reddito, sicuramente fino a pochi giorni fa, erano meno di 5 coloro che ne stavano usufruendo. Non solo: fino a pochi giorni fa si parlava addirittura di un inserimento di un ulteriore IV turno al confezionamento, con ulteriore necessità di forza lavoro.
Alla luce di tutto ciò, gli aut-aut con cui iniziava il presente articolo risultano perlomeno RIDICOLI, e non si potrebbe obbiettare nulla a chi osasse definirli PRETESTUOSI. Si vuole costringere una classe politica a prendere senza le opportune prudenze decisioni che potrebbero influenzare il futuro di una intera comunità di quasi 100 mila persone dato che ciò che verrà deciso a Jesi influenzerà lo sviluppo, ma anche l’ambiente dell’intera Vallesina per i prossimi decenni. E proprio dai Comuni della Vallesina stanno arrivando i primi segnali di insofferenza: iniziano ad essere molti i Sindaci ed i Politici locali che non ci stanno a questo ingiustificato “gioco al ricatto”…
D’altronde, Jesi, che doveva essere la città capofila di una rete fra tutti i comuni della Vallesina per trovare una soluzione condivisa e realmente efficace sia dal punto di vista occupazionale, sia da quello produttivo e di sviluppo reale del territorio, ha rinunciato a tale ruolo, ed ha intrapreso una azione di trattativa e di ricerca di un accordo “a tutti costi” che non piace a molti, all’interno di maggioranza ed opposizione. Le divisioni stanno diventando sempre più evidenti, rischiando di travolgere gli equilibri politici in maniera trasversale; il tutto per cercare di difendere una azienda che, a giudicare bene dagli ultimi comportamenti durante la vicenda riconversione, sembra quasi non voler contraccambiare tante attenzioni. Si prospettano infatti obblighi di segretezza pretesi alla politica, Segreto di Stato imposto a cittadini portatori di interessi pubblico che hanno fatto richiesta di accesso agli atti, ma soprattutto pretese di firma dell’accordo senza neanche presentare un vero progetto industriale, per valutare e quantificare la sostenibilità economica ed ambientale di ciò che propone.
Perché un normale cittadino, solo per aprire una nuova finestra a casa sua, deve presentare progetti su progetti, planimetrie e quant’altro, sottoponendosi ad una procedura di richieste di nulla osta tante volte estenuanti, e ad una azienda che propone un piano ad impatto enorme dovrebbe essere concessa una autorizzazione dopo aver presentato appena 29 slide di descrizione sommaria del piano? Ma, soprattutto, perché ad un piccolo-medio imprenditore o industriale locale, per qualsiasi ampliamento o cambiamento di apparati produttivi, è richiesta una trafila di iter burocratici, di presentazioni dettagliate di progetti, di pagamenti di bolli, di code agli sportelli comunali, provinciali, regionali, che troppe volte minano alla base la “voglia di intraprendere”, di cui, per altro, i nostri imprenditori marchigiani sono famosi testimonial a livello mondiale? Perché un imprenditore vero, che produce ricchezza vera nel territorio “rischiando” sul mercato, dovrebbe continuare a tenere questi leali comportamenti, quando ha davanti l’esempio di come chi propone immense operazioni, che assomigliano più ad attività finanziarie fatte con soldi pubblici che a reali investimenti produttivi, ha percorsi burocratici facilitati e agevolati?
Sono questi i meccanismi che troppe volte minano la competitività delle nostre aziende, costrette a chiudere perchè strangolate da una burocrazia forte con i deboli e debole con i forti; e se più di 245 mila aziende italiane hanno chiuso in un solo anno (dati 2007) anche per ragioni simili a quelle appena descritte, ciò ricade sui territori e si traduce in aumento di disoccupazione e in recessione a livello locale. Ecco perché piani come quello Sadam minano alla radice i rapporti virtuosi fra aziende locali-tutela del territorio-salvaguardia dell’occupazione, che sono alla base del benessere a cui ogni società ha il diritto/dovere di ambire.
E la imprenditoria locale corre un altro enorme rischio legato all’approvazione di piani come quello proposto dal gruppo Maccaferri. Si parla infatti di costruire una mega centrale a biomasse, ovvero una centrale ad olio di palma che si rifornirà per quasi la sua totalità con materia prima proveniente dall’Indonesia o da Paesi esotici lontanissimi. Una centrale che quindi avrà, se si considera l’intero ciclo energetico, a partire dalla semina della palma in Indonesia, alla sua coltura, l’estrazione dell’olio, il trasporto per migliaia di KM fino a Jesi, un bilancio assolutamente negativo, cioè avrà paradossalmente bisogno di più energia di quella che dovrebbe produrre (studi scientifici quantificano che per produrre 1 cal. dall’olio ne occorrono ben 1,3 di petrolio!!!). Ma perché allora propongono questi impianti, e come è prevedibile sostenerli economicamente? La risposta è molto semplice e sta sempre più entrando nei dibattiti di questi giorni in città ed in Vallesina: siamo noi cittadini a pagare, a sostenere tramite dei finanziamenti denominati Cip6 e Certificati Verdi, equivalenti a circa il 7% di quello che paghiamo ogni volta sulle nostre bollette, i costi ed i passivi di certi impianti, trasformandoli in fonte di profitto assai redditizia, sicura, senza rischio per chi tali impianti costruisce e gestisce. Tali finanziamenti pubblici, che dovrebbero andare alle vere fonti alternative e rinnovabili (eolico, solare ed idroelettrico) vanno, a causa di una legislazione tutta italiana ed unica al mondo, per più del 90% a inceneritori di rifiuti, centrali e biomasse ed addirittura a centrali che bruciano scarti di raffineria di petrolio o a centrali a Turbogas con cogenerazione. E’ chiaro che con tali sistemi, la questione energetica, che dovrebbe essere strategica per un Paese, si trasforma in un enorme buco nero che risucchia energie produttive a cittadini (indebolendo quindi quello che viene spesso definito “mercato interno”, ovvero la capacità di spesa e di “arrivare a fine mese“) ma, e forse è ancora più grave, alle imprese, che si ritrovano un costo dell’energia fra i più alti in Europa, con conseguente ulteriore perdita di competitività ( e quindi diminuzione della crescita, della offerta, e di diffusione di ricchezza reale sui territori). E ancora, di conseguenza, chiusura di aziende, perdita di occupazione, diminuzione della domanda interna, ecc…innescando un meccanismo vizioso senza fine.
Quindi, proposte come quella che dovrebbero essere “autorizzate subito” come diceva il già citato aut-aut in apertura dell’articolo, forse vanno davvero contro l’interesse collettivo di cittadini ed imprenditori “veri”, e la politica ha il DOVERE di dare alle tendenze economiche del nostro paese, un corso diverso, a partire proprio dalle scelte che fa a livello locale. E’ questo il ruolo della Politica con la “P” maiuscola, è questo il motivo per cui tutti i cittadini retribuiscono i nostri politici: per dare soluzioni vere ai problemi, e non per by-passare diritti primari dei cittadini e delle imprese, che sono la salute, il rispetto del territorio ed un benessere reale e possibile da subito per tutti.
Massimo Gianangeli
Jesi, 3 Ottobe 2008


















