LA QUESTIONE OCCUPAZIONALE
Un piccolo riassunto delle conclusioni a cui siamo arrivati nelle scorse puntate e nelle passate settimane.
- Nonostante la nuova Centrale a Olio prevista nel piano di riconversione abbia un bilancio energetico negativo, come dicono studi scientifici in cui viene evidenziato che occorrono 1,3 calorie per produrre 1 caloria dall’olio vegetale, e 1,5 litri di gasolio per produrre 1 litro di biodisel (vedere qui-Secondo Video, oppure questo articolo: Study Slams Economics Of Ethanol And Biodiesel) e quindi la sua sostenibilità economica ed industriale sarebbe alquanto dubbia, essa viene ugualmente proposte poiché, grazie a incentivi pubblici denominati Certificati Verdi, permette a chi la gestisce di avere accesso a notevoli somme che indirettamente pesano sulle bollette energetiche di cittadini ed imprese (per le 6 riconversioni, Eridania-Sadam riceverà oltre 2 miliardi euro (vedere SADAM: diamo i numeri - Seconda puntata).
- Gli impianti proposti comporterebbero un immenso impatto ambientale a livello locale: oltre al rischio diossina, la centrale inquinerebbe come 20 mila macchine che ogni giorno dell’anno compiono 62 Km a Jesi (vedere SADAM: diamo i numeri - Prima puntata, anche qui). Enorme anche l’impatto a livello globale e planetario: distruzione della foresta pluviale (vedere “Se il Biodiesel sostituisce la foresta” e “Cibo, foreste e combustibili”), aumento di gas serra, come evidenziato in questo articolo del New York Times e come indicato dal premio Nobel per la chimica Prof. Paul J. Crutzen in “Atmospheric Chemistry and Physics” (vedere “Biofuels could boost global warming, finds study” e “Molti biocarburanti accellerano il global warming“), problemi di carestia legati alla sottrazione dei terreni agricoli alle coltivazioni per il cibo, come dichiarato dall’inviato ONU Jean_Ziegler (vedere l’articolo apparso su Repubblica del 27/10/2008 intitolato Biocarburante, l'allarme dell'Onu "Un crimine contro l'umanità”), dal presidente della CIA al G8 del Luglio 2008 (Vedere “G8: emergenza cibo, è immorale l’aiuto ai biocarburanti“), dal Segretario Generale della FAO Jacques Diouf (vedere “Fao, dietrofront sui biocarburanti“) e come evidenziato da questo articolo su Panorama "Biocarburanti. Causano fame e altri effetti collaterali".
Sicuramente queste conclusioni dovrebbero essere più che sufficienti per dare un sicuro diniego da parte delle autorità politiche locali a qualsiasi autorizzazione. Rimane aperta però la problematica dei posti di lavoro dei dipendenti Sadam e nonostante le precedenti premesse tale importante questione potrebbe portare ugualmente alla firma dell’accordo di riconversione produttiva, presentato dall’azienda lo scorso 9 luglio ed al vaglio del Sindaco e di due commissioni appositamente costituite, una tecnica ed una politica.
Prima di entrare nel dettaglio della tematica occupazionale, occorre fare due premesse importanti.
Innanzi tutto, occorre chiarire che con la chiusura dello zuccherificio, che ha fruttato alla Sadam circa 70 milioni di euro dalla UE, sembrerebbe essere stato messo in discussione il posto di lavoro di circa 500 persone fra dipendenti a tempo indeterminato e stagionali a lungo e breve termine. Oltre, naturalmente, a circa 5000 unità lavorative stimate nell’indotto (Fonte “Il Messaggero” e “Il Resto del Carlino”, dell’ 10/01/2008, vedere qui, pag.4 e 7).
Di fronte a tale enorme impatto sociale ed economico a livello locale, Eridania-Sadam propone una riconversione che garantisce una continuità lavorativa ai soli dipendenti a tempo indeterminato ed agli stagionali di lungo termine (circa 140 unità).
Seconda premessa. Lo scorso 14 Febbraio 2008, a seguito della comunicazione di chiusura dello stabilimento e dell‘avvio di un percorso di riconversione, è stata attivata anche per i suddetti dipendenti jesini la possibilità di Cassa Integrazione Guadagni Straordinaria (CIGS), che scadrà il prossimo 31 dicembre 2008. Come spiegato in “CASSA INTEGRAZIONE E NON SOLO......” (vedere anche qui), si deduce che la Cassa Integrazione potrebbe essere rinnovata indipendentemente dalla firma dell‘accordo di riconversione ed indipendentemente dalla continuazione delle attività produttive. Inoltre, come ribadito dalla referente dell’INPS alla Commissione Politica del 15 Ottobre u.s., per l’ottenimento della Cassa Integrazione Guadagni per Riconversione semplicemente l’azienda DEVE presentare al Ministero del Lavoro un piano di riconversione aziendale che dovrà essere valutato. Sulla base di tali valutazioni sarà eventualmente emesso il decreto di corresponsione della C.I.
Tutto ciò premesso, cerchiamo di entrare nel merito della “Questione Occupazionale Sadam“.
Cerchiamo di chiarire inizialmente che cosa si intende per “mantenimento dei posti di lavoro“. In particolare, se si intende la possibilità per i dipendenti e per le relative famiglie di avere una prospettiva di futuro stabile e garantito, oppure se interessa semplicemente “navigare a vista”, ovvero coprire temporaneamente le esigenze dei lavoratori, magari tornando entro qualche anno ancora a doverci occupare di loro “ricollocazioni“, dal momento che il mercato cambia e magari c’è bisogno di delocalizzare o di chiudere o di riconvertire. Se per mantenimento dei posti di lavoro si intende la seconda ipotesi, penso che l’articolo potrebbe chiudersi qui: una buona agenzia per il lavoro interinale, magari supportata da garanzie di qualche ente pubblico come il Comune, o meglio ancora, una Rete di Comuni della Vallesina, il tutto con un minimo di sinergia con l’imprenditoria locale, porterebbe a risultati ben più saldi e soprattutto assai meno dispendiosi di un mega piano di riconversione di centinaia di milioni di euro come quello proposto da Eridania-Sadam.
Se invece per garanzia del posto di lavoro si intende un posto sicuro, che garantisce davvero il futuro dei lavoratori, fondato su impianti produttivi realmente solidi ed industrialmente sostenibili nel lungo termine, possiamo andare avanti e vedere se davvero ciò che viene proposto risponde a tali requisiti.
Di seguito, troviamo indicato come Sadam intende ricollocare i soli 143 dipendenti, cioè quelli a tempo indeterminato e stagionali a lungo termine, superstiti della chiusura della stabilimento:
| NUOVE ATTIVITA' | |
| IMPIANTO BIODIESEL: | 30 UNITA’ |
| CENTRALE A OLI VEGETALI: |
10 UNITA’ |
| CONSERVAZIONE ATTIVITA’ PREESISTENTI: | |
| CONFEZIONAMENTO ZUCCHERO | 60 UNITA’ |
| ATTIVITA’ CORPORATE: |
35 UNITA’ |
| SERVIZI GENERALI DI STABILIMENTO: | 8 UNITA’ |
| TOTALE: |
143 UNITA’ |
Prima osservazione: stranamente, la centrale ad oli vegetali, che dovrebbe essere il cuore finanziario della riconversione, dato che darà accesso a milioni di euro di finanziamenti pubblici, fornirà soltanto 10 posti di lavoro. Sorge spontanea una domanda: perché allora dovremmo pagare noi cittadini così tanti soldi e così tanto in termini di salute e di impatto ambientale, quando in pratica, cotanti sacrifici coprono meno del 7% dei posti promessi?
Entriamo ora nel dettaglio delle attività previste
IMPIANTO DI PRODUZIONE DI BIODIESEL (30 Unità)
Consiste, in poche parole, in un impianto che produrrà circa 200/250 mila tonnellate di biodiesel estraendolo da oli vegetali, principalmente girasole, colza e palma tramite un processo denominato “Esterificazione”.
Dalla delibera della Giunta della Regione Marche N.830 del 23 Luglio 2007, a pag. 64, vediamo che per produrre 250 mila tonnellate di biodiesel dovremmo avere disponibili circa 312.500 ha. di terreno da coltivare a prodotti no-food (mais, colza, ecc…). Per intenderci, dovremmo utilizzare più della metà del territorio agricolo utile marchigiano (che è di circa 540 mila ha., vedere qui) non per produrre cibo, ma per alimentare l’impianto jesino!!!. E’ chiaro, quindi, che la filiera agricola locale potrà fornire al previsto impianto meno del 10% dell’olio vegetale necessario alla produzione del Biodisel (supponendo una superficie disponibile di circa 30 mila ha, più o meno quelli precedentemente dedicati alla coltivazione della barbabietola, come si evidenzia nel “Programma di Sviluppo Rurale 2007–2013 della Regione Marche” a pag.41). Ciò vuol dire, che come già accennato, oltre ad avere un incremento davvero minimo dell’occupazione nell’indotto, avremmo anche bisogno di materia prima (olio di palma) che proverrà per la maggior parte da Paesi lontanissimi (Indonesia, Malesya, ecc…). E ciò porterà da una parte una dipendenza energetica extra Regionale, extra Nazionale, e addirittura extra comunitaria, con tutti i dubbi sulla precarietà degli equilibri internazionali che essa comporterà, soprattutto in un particolare periodo di crisi sistemica globale come quello attuale. Ma, soprattutto, si avranno, dei costi elevatissimi e, di conseguenza, una insostenibilità economica ed energetica (come già detto, 1 litro di biodiesel richiederebbe, allo stato delle tecnologie attuali, 1,5 litri di petrolio). Quindi, legheremmo il futuro dei lavoratori a quello del petrolio (altro che energie “alternative”…!!!) e di altri parametri incerti, già oggi destinati ad uno sviluppo praticamente nullo (il picco del petrolio sembra sia stato già raggiunto nel 2006-2007, vedere “PETROLIO: STUDIO,PICCO PRODUZIONE MONDIALE RAGGIUNTO IN 2006”, Ansa 20 Ott.2007” e uno “Studio del gruppo di ricerca tedesco Energy Watch Group“, vedere anche qui e anche “Petrolio: siamo al punto critico“ da ASPO-Italia).
Non solo. Proprio per i suddetti motivi, ma anche per le enormi problematiche a livello globale che i biocarburanti stanno causando, recentemente la UE ha deciso di abbassare le quote obbligatorie di biodisel da aggiungere ai carburanti ordinari, portandole dal previsto 10 % al 4% entro il 2015 (Vedere “ANSA 08/07/2008: COMISSIONE PE TAGLIA A 4% BIOCARBURANTI AL 2015“). A tutto ciò seguirà una ulteriore valutazione, che con ogni probabilità porterà ad una riduzione ulteriore, dato che, come dimostrano importanti studi internazionali (ad esempio The Gallagher Rewiew“, del luglio 2008 commissionato dal Governo Britannico alla agenzia internazionale RFA), l’uso dei biocarburanti potrebbe portare (vedere pag.58 e seguenti) un aumento dei prezzi dei beni alimentari di prima necessità fino al 76%, sia nei paesi del Terzo Mondo, con effetti devastanti per le già disastrate economie locali e con conseguenze politiche globali non quantificabili, sia nei nostri Paesi Occidentali.
E’ vero che attualmente, la legislazione italiana prevede una quota minima di biocarburanti del solo 2% (“Decreto 23 aprile 2008, n. 100” e “Decreto 29 aprile 2008, n. 110“) quindi al di sotto del 4%, ma nell’ottica di una visione globale del problema, i margini per una reale sviluppo dei carburanti verdi appaiono davvero flebili.
Alla luce di tutto ciò, un impianto di produzione di biodiesel come quello proposto da Sadam, che già in Gennaio 2008 quando era stato prospettato poteva suscitare dei dubbi di sostenibilità economica, è oggi evidentemente destinato a prospettive incerte nel breve termine. E con esso, saranno incerti e precari i 30 posti di lavoro promessi.
CONFEZIONAMENTO ZUCCHERO (60 Unità)
E’ la fetta occupazionale più grande dell’intero piano Sadam. L’azienda dichiara di voler mantenere il confezionamento dello zucchero a Jesi. Prima domanda: da dove verrà lo zucchero se gli stabilimenti del Centro Italia hanno tutti chiuso? Da dove verrà lo zucchero se la maggior parte degli stabilimenti italiani non produrrà più zucchero e/o se quelli che lo continueranno a produrre se lo confezioneranno in maniera autonoma?
Recentemente, il gruppo Eridania-Sadam ha sottoscritto un accordo con la TATE & LYLE (Vedere qui e “Tate & Lyle teams up with Eridania for Italian sugar supply” e “Zucchero: nasce Eridania Tate & Lyle”) uno dei principali produttori mondiali di ingredienti per l’industria alimentare e di zucchero in Europa. A seguito di tale accordo, lo zucchero che già oggi si sta confezionando a Jesi proviene per la quasi totalità dall’Inghilterra. La seconda domanda quindi è: come si può pensare sostenibile, se non altro per l’enorme prezzo dei trasporti a causa degli inevitabili aumenti del greggio, confezionare a Jesi zucchero prodotto a più di 2000 Km di distanza?
Sembra paradossale, ma la risposta a tale domanda viene proprio dalla Sadam. Ed è, molto semplice: “NON E‘ SOSTENIBILE!!!!”. Sadam lo ha dichiarato lo scorso 23 Ottobre a Fermo; in tale occasione, infatti l’azienda ha risposto a coloro che criticavano il fatto che il Confezionamento dello Zucchero previsto a Fermo nell’Accordo del 27 Luglio 2007 esso non è stato più confermato a seguito di verifica di sostenibilità economica avvenuta nel 2008. A chi chiedeva come sia possibile che una cosa non sostenibile industrialmente in un posto diventi improvvisamente sostenibile a meno di 90 Km di distanza, quando la materia prima, cioè lo zucchero, arriva principalmente da oltre 2 mila Km di distanza, nessuno, allo stato attuale, è riuscito a fornire una risposta esauriente.
Ultima domanda: chi ci garantisce, a fronte di un quadro economico incerto per ammissione della stessa azienda, che il treno carico di zucchero che ogni settimana proviene dall’Inghilterra, non venga indirizzato anziché a Jesi, per esempio, con un supplemento di pochi Km, magari in paesi dell’Est Europeo dove i costi del lavoro e della manodopera sono decisamente inferiori a quelli italiani? Perché dei gruppi internazionali, con legittime logiche di mercato e di profitto, dovrebbero, senza alcuna ragione economica, decidere di dare lavoro a 60 operai jesini, quando con gli stessi investimenti potrebbero avere percentuali di guadagni enormemente superiori semplicemente spostando il confezionamento in altri paesi?
Alla luce di tutto ciò, anche per i 60 dipendenti del confezionamento il futuro già nel breve-medio termine sembra alquanto incerto e oscuro.
ATTIVITA’ CORPORATE (35 Unità)Per “Attività di Corporate” si intende attività di servizi amministrativi, informativi, Sadam Engineering ……
Non è ben definito nella descrizione del piano se tale personale di alto livello sarà tutto locale, oppure, come spesso accade a causa di particolari competenze richieste per tali professionalità, sarà almeno parzialmente di provenienza extra Vallesina. In tal caso, anche se numericamente il conteggio dei posti garantiti sarebbe lo stesso, a livello di impatto socio-economico ed occupazionale sul territorio la riconversione darebbe ancora meno garanzie e sarebbe quindi ulteriormente inaccettabile.
Inoltre, sembra davvero strano che una società che ha il suo “core-business” in Emilia Romagna dislochi qui a Jesi il cuore decisionale ed amministrativo delle sue attività, sobbarcandosi quindi di notevoli costi e disagi “tecnici“. Una fiducia in Jesi davvero sorprendente !!
Nonostante le continue richieste, la Sadam non ha mai indicato quali sono le specifiche motivazioni di carattere economico, industriale, strategico, logistico, che la spingono a spostare e/o accentrare qui le sua attività di corporate.
Viene da chiedersi quanto tempo ci metterà Sadam a decidere che mantenere a Jesi personale di alto livello (molto probabilmente proveniente da fuori Jesi) è antieconomico e conviene accentrare tutto nelle stesse zone dove risiedono le banche a cui il Gruppo fa riferimento, i professionisti collaboratori, le società di consulenza, ecc….
Anche per le 35 unità di Corporate, insomma, le garanzie per un futuro occupazionale sereno e per un lavoro sicuro sembrerebbero alquanto flebili.
Dopo tutto quello che è stato fin qui esposto, mi sembra superfluo parlare degli 8 posti legati ai Servizi Generali di Stabilimento (Portineria, ecc…).
Tornando ora alle osservazioni con cui si era aperto l’articolo, appare chiaro che oltre a tutte le motivazioni che dovrebbero portare ad un logico “NO” a questa proposta di riconversione, possiamo in maniera chiara e decisa opporne una, forse, se possibile,ancora più grave:
QUESTA PROPOSTA DI RICONVERSIONE NON DA’ ALCUNA GARANZIA OCCUPAZIONALE AI DIPENDENTI DELLA SADAM.
Sembrerebbe scontato, quindi, che le Organizzazioni Sindacali le quali per principio, per delega, per professione, devono tutelare il lavoro ed il futuro dei propri iscritti e delle loro famiglie, per prime l’ abbiano in tutti i modi osteggiata
Paradossalmente, è vero esattamente il contrario. Per ragioni che appaiono ancora quasi incredibili, oltre all’azienda, sono proprio i Sindacati a chiedere a gran voce al Sindaco Belcecchi di porre la sua firma all’Accordo di Riconversione Produttiva.
Nel già citato articolo CASSA INTEGRAZIONE E NON SOLO… vengono date delle ipotesi che giustificano questa inusuale convergenza di vedute fra azienda e sindacati….
Rimane una triste perplessità: ma allora, al lavoro, al futuro dei lavoratori e delle loro famiglie chi ci pensa?
MASSIMO GIANANGELI
Jesi, 24 Ottobre 2008


























